Sapienza Eraclitea

Mi hanno inviato questo. Chi? Il professore di filosofia. Capisco perchè è così fuori dal mondo. Chi leggerà mai questo pezzo se Gramellini sul Corriere, nella sua “bustina” a fondo pagina chiamata “Il caffè” racconta dello studente che chiede, per l’esame di matematica, di poter usare  il formulario per non sottostare alla “forza bruta della memoria”. Leggevo giorni fa di qualcuno che scriveva di non scrivere menate qui sopra perchè annoiano o altro, non ricordo, ero distratta. Qui sopra non cerco followers che tanto si dimenticherebbero tutto in un secondo, ne faccio un mio diario e un mio catalogo dei lavori. Confesso che mi piace molto scrivere e qui, sicura che non legga nessuno, scrivo quel che mi pare. Qualche habituè , all’inizio, mi ha letto, ma adesso credo mi abbia scaricato. Con questi pensieri filosofici e sapienzali che riporto qui sotto ho perso completamente la partita di risiko!

LA SAPIENZA ERACLITEA.

Giorgi Colli fu il solo, fra coloro che si sono occupati di filosofia antica, a prendere con assoluta serietà le parole pronunciate da Platone riguardanti la differenza tra filosofia e sapienza. Mentre la prima consiste nella ricerca e nell’amore per il vero, la seconda, invece, ne afferma il possesso. Il filosofo procede per prove e congetture, con il continuo rischio d’incorrere nell’equivoco e nell’errore, il sapiente, al contrario, senza alcun dubbio, sa ciò che l’altro potrebbe raggiungere solo dopo molti giri viziosi e innumerevoli tentativi andati a vuoto. Questa distinzione legittima la superiorità teoretica del sapiente rispetto al filosofo, il quale sembrerebbe essere la risultante tardiva di un sapere, di una chiarezza conoscitiva, andata irrimediabilmente perduta. Platone stesso chiuderebbe, in modo definitivo, l’età dei sapienti, per inaugurare coscientemente, ma con rammarico, quella che viene notoriamente definita “amore per la sapienza”. In effetti, a parte un abissale frammento di Anassimandro ed alcuni responsi sapienziali riportati da altri, in tempi successivi, non è rimasto quasi nulla di questa antica tradizione, ad eccezion fatta per gli scritti eraclitei. Fra gli aforismi pervenutici, probabilmente mutili e sicuramente incompleti, risultano, a mio parere, di particolare interesse quelli che trattano del rapporto inscindibile fra vita e morte:

“L’arco (biòs) ha dunque per nome vita (bìos) e per opera morte”;

“Morte è quanto vediamo da svegli, sonno quanto vediamo dormendo”;

“Immortali mortali, mortali immortali, viventi la loro morte e morienti la loro vita”;

“La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli e quelli di nuovo mutando son questi”;

“Una volta nati vogliono vivere e incontrare destini di morte e lasciano dietro di sé figli affinché altre morti si generino”.

Nel dettato dell’Efesino troneggia il principio, assoluto e inamovibile, dell’interazione fra gli opposti, il quale prevede che la realtà medesima sia il prodotto di una dinamica di tipo dualistico. Essa non si basa affatto, come molti hanno hegelianamente inteso, sul concetto evolutivo di superamento o di sintesi, dal momento che gli opposti rimangono sempre tali evitando, per la stessa legge sancita dal “Logos”, di confondersi uno nell’altro: la morte è la cessazione della vita, il suo opposto diametrale, non esiste, per natura, un momento in cui qualcosa si possa presentare vivo e morto allo stesso tempo. Per un sapiente, come Eraclito, apparirebbe assurdo e del tutto insensato pensare la vita prescindendo dal suo opposto: colui che genera la vita, sia che si dichiari mortale o immortale, mentirebbe a sé e agli altri nel momento in cui volesse negare tale evidente stato di fatto. Il dio della vita (Shiva), come appare chiaro e lampante nella mitologia indiana, dovrà assumere fatalmente anche le sembianze di Signore della morte e della distruzione, dal momento che anche gli dei, come gli uomini, obbediscono ad una sola ferrea legge, ovvero quella stabilita dal “Logos”: “Quest’ordine universale, che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dei o tra gli uomini, ma sempre era è e sarà fuoco sempre vivente, che si accende e si spegne seconda giusta misura”. A che pro resuscitare un defunto per farlo morire due volte? Qui sta proprio l’insuperabile discrimine tra sapienza ed insipienza.

 

Immagine: foto  di Carrara. Il parco giochi ai giardini.

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