Mi ritrovo.

Mi ritrovo nel pensiero di uno dei miei autori preferiti. Fernando Pessoa. Il libro dell’inquietudine è uno dei testi che apro e descrive, sempre, un modo di vedere che mi è assolutamente famigliare. Pessoa che a volte, nella mia follia, mi riporta a qualcosa di Pascal. Biagio e Fernando. Quando ero piccola battezzai uno dei cuccioli della cocker: Blaise. Lessi i Pensieri, sfogliando qua e là – un libro appoggiato in sala come altri – molto giovane. Mi ricordo che poco comprendevo se non un senso di verità tangibile e ritornavo sempre a Pirandello. Ero un’accanita lettrice delle opere teatrali (letture che adesso non riesco più a intraprendere) perchè rispecchiavano il profondo non-essere nel quale vedevo immersa la mia famiglia. “Sei personaggi in cerca d’autore” ben rappresentava la farsa famigliare quotidiana. Così il vivere aveva sempre quel profondo senso di sofferenza inerziale che accompagnava ogni gesto e celava una sconosciuta coscienza dell’infinito che – ben riconoscendo invece, nel quotidiano e nello scambio con il prossimo la sempre ridicola pusillanimità dell’ego – faceva sì che una pigra umiltà mischiata un annoiato disinteresse, comunque molto educato,  mi portava ad essere scambiata per una persona strana, vuota, bizzarra.

Ho aperto Pessoa a pagina 248 dell’inquietudine (Feltrinelli edizione 1987): “Mi rendo perfettamente conto che è facile elaborare una teoria della fluidità e delle anime, capire che noi siamo un decorso interiore di vita, immaginare che ciò che noi siamo è una grande quantità: che ci incrociamo, che siamo stati molti…ma qui c’è qualcos’altro oltre al mero scorrere della personalità tra le sue rive; c’è l’Altro assoluto, un essere estraneo che è stato mio. Che io possa aver perduto, con il passare degli anni, l’immaginazione, l’emozione , un tipo dell’intelligenza, un modo del sentimento – tutto ciò pure dispiacendomi, non mi sorprende. Ma a cosa sto assistendo allorchè leggo me stesso come se leggessi un estraneo? Su qualche riva mi trovo se mi vedo sul fondo?”

E potrei continuare. Per stupirmi ogni volta di questo legame così stretto con quest’uomo che, ogni volta, mi riporta all’Interno. La differenza è che il dolore non è più in primo piano: si trasforma in ironia. Non penserei mai di crearmi una cirrosi epatica. Ho trasformato la mia autodistruzione in Amore per la vita. Mi ha aiutato l’Altro: quello che mi osservava mentre mi guardavo distesa sul fondo.

Sarà che siamo entrambi dei Gemelli?:-)

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