Gatti e dintorni.

Riprendo più tardi.

Con i fiori di Bach potrei definire il momento di stamattina  una tipica situazione Impatiens. La necessità impellente di scrivere delle cose e rendersi conto di avere degli impegni che non possono essere posticipati. Pensavo alla frase di Garfield e direi che ha ragione. ma… Pensavo a tante persone che incrocio in questo periodo e non si danno il tempo di vivere: travolti dalle giornate di lavoro costruite su comunicazioni superficiali, stancanti, frettolose. Quando arrivano a fine giornata, magari sfinite e non sanno bene cosa hanno combinato davvero. Il contratto, il cliente nuovo, l’ottima acquisizione o vendita – si riescono a fare ricordare come salienti – ma le micro-quotidianità automatiche, magari fastidiose, magari piacevoli, passano sempre in secondo piano per poi accumularsi in un senso/non-senso della vita che affiora sopratutto e tutti durante il fine settimana, quando il rischio di stare da soli davanti allo specchio-tempo è molto, molto più elevato.

Chi sembra chiedere troppo è perchè non si dà niente e forse si ritrova ad avere più paura di se stesso –  con un vuoto abissale da riempire –  che dell’arroganza di qualcuno di fronte. Darsi tempo, per alcuni, è un pò morire.  Meno male che abbiamo i social che

IMG_7991 risolvono i nostri vuoti.  Così è per molti.

Purtroppo mi sono capitate situazioni dove avrei voluto intervenire con un bell’esempio per spiegare, scuotere dolcemente, chi mi stava di fronte. Non ci sono riuscita, non mi veniva nulla. Trasmetto serenità – così mi han detto – almeno questo. Spero possa fare stare bene.

La colomba è per la pace con noi stessi: facciamo pace con noi stessi. Togliamo il superfluo dalla nostra vita quotidiana, togliamo tutti gli atteggiamenti non sinceri, quelli che magari ci affaticano ma ci fanno sembrare cortesi, affabili , attenti  e non è vero.

“Ma se li tolgo cosa rimane?”  – mi rispose una persona, molto sinceramente –  “Rimani Tu e sei sicuramente molto più bello e vero” – risposi io. Se li avesse tolti avrebbe avuto paura di poter rimanere in silenzio. Poteva aver paura di non sapere cosa dire e doveva dire.

Le nostre armature sono talmente attaccate alla nostra pelle che fanno parte di noi. Mi viene in mente il tatuaggio che da una parte ci nasconde e dall’altra vuole urlare al mondo il pensiero che non osiamo esprimere. Un pensiero nascosto tra i rovi della confusione, imprigionato da strane forme sociali e mentali. Così ci ritroviamo a usare dei simboli.

“Ma se li tolgo cosa rimane?” , questa domanda mi impressionò moltissimo. Un candore magnifico di chi non sa  altro che questo. Di chi – inconsapevolmente forse – ha fatto della sua vita una stucchevole estranea che non è poi nemmeno stucchevole perchè è così e basta.

Ho divagato pensando a varie persone che ho incontrato ieri e, stranamente, anche oggi.

Il tempo passa e non ci facciamo caso.

Qui sotto avevo voglia di inserire della vecchie poesie che sto riguardando.

Acidità

Solitarie e inerti

si arrampicano

con piccole ventose.

Rimangono attaccate

come l’edera al muro,

come mosche alla ragnatela.

Lasciano segni

indelebili.

Il respiro li cancella.

Acidità solitarie e inutili.

Di domeniche  – come –

circonvoluzioni di gatti.

L’anima diventa sobborgo.

Si attende l’oscurità per

dirigersi all’osteria.

Di nascosto.

Vergognandosi del tempo perduto.

2015

 Ieri

Ho tenuto la testa di mia madre

tra le mani.

Piccola come quella di un neonato.

Delicata come un cerbiatto.

Appoggiata alla mia spalla.

Si passeggia piano piano per casa

creando collages di ricordi.

Anche questa stagione  sta    passando.

Febbraio 2015