Intensivo, Ritiro. Nanga Parbat?

Intensivo= ritiro. Più o meno lungo.

“In sunto tre sono le cose in cui dovranno impegnarsi coloro che desiderano ottenere in breve tempo l’onniscenza: la compassione  (Karuna), il pensiero del risveglio (Bodhicitta) e la pratica (Pratipatti)”.  Così è scritto  nel primo trattato – pag.851 – La rivelazione del Buddha -il grande veicolo – Collana I Meridiani – Arnoldo Mondadori editore.

La Pratica è quotidiana ma un ritiro è essenziale. Ho scoperto che ci sono persone che praticano – hanno la fortuna di avere un Shanga molto attivo nella propria città o un gruppo –  settimanalmente, magari partecipano a un ritiro non residenziale di una giornata o due  ma temono di fare un ritiro lungo. Perchè? Si siedono ma temono di imbalsamarsi sul cuscino o sulla sedia giorno dopo giorno? Cosa significa ho paura di non farcela? A fare che? Qual’è l’aspettativa? enorme! Un macigno! Mi sembra che non ce la fanno a rilassarsi. Lavorerei proprio ad osservare il corpo in tensione e tutto ciò che comporta la tensione.

L’Intensivo per un praticante è un momento importante, necessario, bellissimo. Faticoso certo ma alla fine del 3° giorno siamo sempre tutti pronti. Ci siamo tolti di dosso lo sforzo di cambiare ritmo, la mente inizia a concentrarsi più facilmente, il silenzio conforta la nostra pace o la nostra inquietudine che affiora. E per quest’ultima e altri problemi ci sono sempre i meravigliosi insegnanti pronti a fare vari passaggi al tuo fianco, Cosa c’è di meglio?

Vale sempre la pena andare ad un ritiro. Io, all’inzio , rompevo le scatole a tutti con la meditazione! Consigliavo ritiri come minimo di una settimana. Vai giù duro all’inizio! Solo così capisci! Devi esperire! Io ho fatto così ( e francamente, dopo il primo avessi avuto l’occasione avrei fatto subito un ritiro ancora più lungo di 12 giorni!). All’inizio è sconvolgente se non hai mai meditato, ma a chiunque dopo il 3°giorno si apre un mondo. Chi pratica da tempo credo che abbia il dovere con se stesso di partecipare ad un ritiro almeno di 5 giorni. Dovrebbe domandarsi perchè non se la sente quando invece si ritroverebbe, finalmente, a casa. Un ritiro è la casa-  vacanza per la nostra mente-cuore.

Ogni ritiro è diverso: può essere faticoso, doloroso e alla fine chiarificatore. Può essere luminoso, sereno di grande comprensione e accoglienza. Fatto sta che un ritiro è sempre qualcosa di speciale e importante. Specialmente per chi pratica a casa o con un Shanga un ritiro è essenziale. Per me, ora che finalmente pratico quotidianamente, il ritiro è possibilità di approfondimento e confronto con me stessa. “Lavorare” tanto e tutto il giorno ti permette –  come dire –  di rimanere sul pezzo e in più hai il sostegno di tutti gli altri che sono esattamente nella tua stessa situazione e ciascuno con le sue dinamiche.

E poi per chi hai il timore di un ritiro di una settimana: alla fine del ritiro e forse alcune volte solo lì, capisci che hai fatto una cosa meravigliosa. Ci sei riuscita! La bellezza di questo ultimo ritiro: gli spunti di lavoro e la spinta che mi ha indotto a praticare e anche a studiare. Le conferme di come sia essenziale la pratica quotidiana e come il ritiro sia la revisione annuale da fare. Non riesco a capire le paure che si possono avere quando invece hai la possibilità di non essere sbalzato nella realtà quotidiana dopo poco tempo. Io durante un ritiro mi sento così libera, finalmente, di poter praticare tutto il giorno senza mezzi di comunicazione, senza intoppi quotidiani. Insomma come un grande setting pieno d’amore dove, per chi è nuovo o non pratica sempre, possono affiorare tutte le insofferenze possibili – per un tappo del dentifricio lasciato sul lavandino – insofferenze che a poco a poco sfumano nel nulla per lasciare il posto a una serena consapevolezza di quanto fossero nulla.

Anni fa, ancora promotrice assidua della pratica meditativa – pur non praticando quotidianamente facevo molti ritiri di almeno una settimana –  portai due amici, in due momenti diversi a due ritiri. Non avevano mai praticato ma erano curiosi di cosa fosse stà meditazione che decantavo meglio di una alla bancherella del mercato! Li portai meco a un ritiro di una settimana. Uno uscì entusiasta e proseguì con la pratica, tanto che ci incontrammo a vari ritiri.  L’altra mi ringraziò dell’esperienza molto interessante anche perchè aveva appreso che era inutile usare tanto sapone durante la doccia ( mi raccontò una lunga spiegazione riguardo al fatto che usasse  sempre quasi un flacone di bagno schiuma…) ma quella sarebbe stata la sua prima e ultima volta. Ho conosciuto una cortese signora chedopo anni di pratica più o meno costante e intensivi di un giorno, si stava decidendo ad affrontare un ritiro di 3 o 4 giorni.  Sembrava quasi dovesse affrontare la scalata del Nanga Parbat ( vedi immagine:-) Le chiesi se non avesse osservato tutta questa massa di difficoltà che si trovava di fronte. Mi venne in mente, io amante della camminata, del perchè non provava a camminare immaginando che ogni suo passo potesse essere il superamento di un ostacolo di questo cammino verso il ritiro “lungo”. Ogni passo un passo per scalare la montagna di paura che impedisce , magari per anni, di raggiungere la vetta. In vetta: puoi respirare molto meglio, goderti il panorama e capire che la via per arrivarci è quella!

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Aggiungo un pensiero fresco, fresco che mi sovviene ricordando cosa disse Neva all’inizio di quest’ultimo ritiro – lo riassumo a modo mio – per alcuni meditatori , magari con più esperienza, il ritiro è fonte di speranze e aspettative per esperienze rivelatrici. Anche questa non la sapevo. Non ho mai pensato una cosa simile. Mi pare da Ego più tronfio dell’abituale. Aggiungo questo perchè, non arrabbiatevi, ma sono proprio i nostri Ego più tronfi dell’abituale davanti a questioni che non riusciamo a controllare e/o prevederne l’andamento che, dall’esatto opposto punto di vista creano il timore di partecipare perchè chissà cosa succede o magari è troppo. Quindi attenzione! E’ più che ovvio che l’Ego sia timoroso di fronte ad un ritiro!